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SUMMARY:ABBONDANZA BERTONI in FEMINA
DESCRIPTION:FEMINA\nPlaudere: captatio benevolentiae o j’accuse?\nAl principio è il battito. Un battito ironico, un battimano che può evocare una chiamata rituale o un gioco di cacciatrici in attesa della preda. Da qui prende avvio Femina, un lavoro che si sviluppa come un sistema ritmico rigoroso, un loop insistente e geometrico che comprime e sostiene l’azione, generando partiture coreografiche di estrema precisione formale.\nIn questo spazio scenico, l’essenza del femminile appare inizialmente trattenuta, quasi celata. Le interpreti attraversano una sorta di autoanalisi coreografica, una “autoflagellazione” controllata e chirurgica, sempre in ascolto di un tempo comune e condiviso. Sono al tempo stesso battitrici e battute, in un gioco di specchi e responsabilità reciproche, dove risuona l’eco di Plutarco: “Batti ma ascolta!”\nAttraverso minimi travestimenti e movenze essenziali, il flusso coreografico conduce a una riflessione sull’identità femminile, tra slittamenti, contaminazioni e trasformazioni. Le quattro interpreti attraversano stati di “scorporazione” e “incorporazione” di sé e dell’altra, collocandosi come poli opposti sulle rive di uno stesso fiume.\nComplici del proprio apparire, si osservano e si riflettono in un sistema di rimandi continui, in uno spazio sonoro magnetico e ininterrotto, privo di melodia e interamente fondato sulla forza del ritmo. Femina diventa così uno spazio di traduzione e allucinazione, in cui il femminile contemporaneo prende forma come campo aperto di tensioni, immagini e possibilità.\nFemina ha raccolto nel tempo un’attenzione critica ampia e articolata, che ne ha sottolineato la forza formale e la densità di sguardo sul femminile contemporaneo.\nGiuseppe Distefano, su DANZA&amp;DANZA, evidenzia come il lavoro di Antonella Bertoni sorprenda per il passaggio dal gesto lirico a un rigoroso impianto formale, costruito attraverso un loop visivo e sonoro che sostiene e genera il movimento. Ne emerge un ambiente scenico essenziale, quasi spoglio, in cui il corpo è chiamato a misurarsi con una struttura ritmica implacabile.\nRossella Battisti, su RumorScena, descrive lo spettacolo come una fitta perlustrazione del femminile, costruita attraverso una sequenza di dettagli e micro-gesti che appartengono alla quotidianità. In questa stratificazione emerge un “diario minimo” della condizione femminile, dove la precisione quasi meccanica dei movimenti lascia però filtrare una tensione sotterranea e irrisolta.\nPer Giornale SENTIRE, Corona Perer legge Femina come un omaggio alla donna e alle sue complessità interiori, sottolineando la potenza rituale e reiterativa dei gesti, che si impongono con forza ipnotica e generano nello spettatore uno stato di sospensione e stupore.\nIlaria Rossini, su Teatro e Critica, mette in luce la dimensione quasi astratta delle interpreti, immerse in una scrittura coreografica che sembra svolgersi indipendentemente dallo sguardo dello spettatore, come se appartenesse a un ordine autonomo e necessario.\nMaria Dolores Pesce, su Sipario, riconosce al lavoro la capacità di tradurre il movimento in pensiero e il pensiero in energia vitale, restituendo una visione profonda e non verbale del femminile, inteso come forza erotica e conoscitiva.\nCristina Dalla Corte, su Script&amp;Books, evidenzia invece la tensione tra oggettivazione e soggettività, sottolineando come le interpreti, pur esposte a una lettura quasi oggettuale del corpo, mantengano sempre una forte autonomia e presenza di soggetto.\nFrancesca Pedroni, su Il Manifesto, descrive le danzatrici come figure frontali e stilizzate, apparentemente controllate e uniformi, ma attraversate da scarti ritmici e individuali che fanno emergere una necessità vitale di affermazione della personalità.\nFrancesco Bettin, su Sipario, sottolinea la solidità della costruzione coreografica e la capacità del lavoro di dare forma e dignità alla complessità della figura femminile, tra dimensione quotidiana e slancio vitale.\nStefano Tomassini, su Teatro e Critica, definisce Femina una scrittura coreografica rigorosa e implacabile, costruita su quattro corpi femminili in costante relazione, capace di restituire la complessità del femminile senza mai ridurla o semplificarla.\nPier Paolo Chini, su Modulazioni Temporali, si sofferma sulla natura “testuale” del movimento, fatto di segni, pause e riprese che generano un continuo sistema di relazioni e cortocircuiti tra le interpreti.\nEmilio Nigro, su Persinsala, riconosce allo spettacolo una tensione costante e una forte energia fisica, che attraversa lo spettatore con continuità, sostenuta da una scrittura scenica essenziale e incisiva.\nPaolo Randazzo, su Gli Stati Generali, descrive l’esperienza come profondamente immersiva e trasformativa, capace di attivare processi di consapevolezza individuale e collettiva attraverso un’intensa relazione tra scena e pubblico.\nInfine, Stefania Zepponi, su KLP Teatro, osserva come la coreografia non si limiti a rappresentare il femminile, ma lo attraversi e lo abiti dall’interno, con una lucidità che ne restituisce tutta la complessità senza mediazioni.\nSPETTACOLO\nMartedì 24 novembre 2026 | ore 20.45\nRassegna Danza\nCREDITI\ndi MICHELE ABBONDANZA e ANTONELLA BERTONI\ncoreografia Antonella Bertoni\ncon Sara Cavalieri, Eleonora Chiocchini, Valentina Dal Mas, Ludovica Messina Poerio\ndisegno luci Andrea Gentili\ndirezione tecnica Claudio Modugno\nmusiche Dysnomia – Dawn Of Midi\naudio editing Orlando Cainelli\norganizzazione, strategia e sviluppo Dalia Macii\namministrazione e produzione esecutiva Francesca Leonelli\ncomunicazione Erika Parise\nufficio stampa Marilù Ursi\nproduzione COMPAGNIA ABBONDANZA/BERTONI\ncon il sostegno di MiC – Ministero della Cultura, Provincia Autonoma di Trento, Comune di Rovereto, Fondazione Cassa di Risparmio Trento e Rovereto\nsi ringraziano Danio Manfredini, Marco Dalpane, Lucio Diana, Nadezhda Simenova\nSpettacolo finalista Premio Ubu 2023 nella categoria “Miglior spettacolo di danza”\n\n
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