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Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro, anzi sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro infatti non può che offrirsi, onestamente, come uno dei mille attraversamenti possibili di questo inesauribile scrigno di umanità. ln questo senso, nello spettacolo, il romanzo stesso è protagonista. Perciò abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge.
Abbiamo cioè provato a rendere spaziale la lettura, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista e con l’agilità di cambi spaziali e temporali… Insomma, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura.
Abbiamo voluto anche che la Macchina teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile: il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero protagonista, perché la grande Storia è un’enorme macchina artificiale, contemporaneamente scritta e subita dagli uomini. La Storia è un fato artificiale che si finge assoluto, un deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato (quasi ridicolizzato) da una Sfera Naturale a esso ancora superiore, un colossale involucro vivente fatto di piante, animali e meccani che celesti tanto immani da ridimensionare perfino la Storia degli Uomini.
Il romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: l’individuo è contenuto nella grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale, la Storia Atemporale e Universale; e tutto ciò è ricontenuto in un bimbetto di nome Useppe, finito in quanto infinito, infinitesimale in quanto divino, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini, cani, gatti, alberi, radure e cicli solari.
Al romanzo, scomodo ieri come oggi, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare la via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine.
Questa suprema contraddizione è il grande Scandalo, che Elsa Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile, sembra dire, ecco la Storia nuda, per quello che è. E non ci sono vie d’uscita, né personali, né tanto meno collettive.
L’unica salvezza possibile, vien da pensare leggendo, è proprio quella commozione, quella cruda compassione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario, mai compiaciuto, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. “Loro nun lo sanno, a Ma’, quant’è bella la vita”.
Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia, ma probabilmente è un fiore e non un’erbaccia.
Fausto Cabra
LA STORIA
liberamente ispirato a La storia di Elsa Morante edito in Italia da Giulio Einaudi Editore
drammaturgia Marco Archetti
regia FAUSTO CABRA
con Franca Penone, Alberto Onofrietti, Francesco Sferrazza Papa
produzione Teatro Franco Parenti
SPETTACOLO
Giovedì 5 marzo 2026 | ore 20.45
Rassegna PROSA
Dopo il successo degli allestimenti dedicati a classici come La locandiera di Goldoni e La bisbetica domata di Shakespeare – per cui Tindaro Granata è stato candidato al Premio Ubu –, l’attore siciliano e il regista Andrea Chiodi tornano a collaborare lavorando su uno dei testi più fortunati di Molière, Il malato immaginario.
Il 1673 è l’anno di composizione dell’opera: un nuovo attacco di Molière contro i medici, che testimonia, ancora una volta, il suo odio viscerale per questa categoria.
“Molière – scrive Giovanni Macchia, tra i francesisti più autorevoli del Novecento – è uno scienziato delle nevrosi”. È un uomo malato, che teme di morire, ma che sa anche che ridere e far ridere è una difesa contro quelli che erano i suoi stessi mali: la gelosia, il dolore, l’ansia, la malinconia. C’è, dunque, dietro commedie che sembrano fatte di comicità persino farsesca, l’ombra di un autoritratto, un gioco, dice Macchia, “tra assenza e presenza”.
“La mia esplorazione e curiosità per questo testo – dichiara Andrea Chiodi – inizia da questa battuta di Molière: ‘Quando la lasciamo fare, la natura si tira fuori da sola pian piano dal disordine in cui è finita. È la nostra inquietudine, è la nostra impazienza che rovina tutto, e gli uomini muoiono tutti quanti per via dei farmaci e non per via delle malattie’. Una visione che fa un po’ paura, ma che, allo stesso tempo, mi intriga moltissimo”.
E sarà un Malato immaginario onirico e irriverente quello firmato da Andrea Chiodi, divertente e contemporaneo nel portare in scena le vicende familiari dell’ipocondriaco Argante, circondato da medici inetti e furbi farmacisti, ben felici di alimentare le sue ansie per tornaconto personale.
Come l’avaro Arpagone, Argante è vittima di sé stesso e burattino di chi gli sta intorno, prigioniero della sua stessa paura, un’ossessione – l’ipocondria – che in questa nuova versione del capolavoro di Molière diventerà piena protagonista.
Note di drammaturgia di Angela Dematté
Il malato immaginario arriva alla fine di un periodo complesso per Molière: come in una corsa al massacro sociale si sposa con una donna che potrebbe essere sua figlia (e tanti pensano lo sia davvero), scrive opere sempre più scomode (subendo costantemente gli strali delle categorie che prende di mira: tartufi, misantropi, avari…) ed entra in conflitto con il musicista beniamino del re, Gianbattista Lulli. In questo stato scrive per sé il personaggio di Argante, malato immaginario. Come scrive Cesare Garboli: “La malattia di Argan soccorre il malato come un sedativo. Lo soccorre nel profondo bisogno di non esistere, di addormentarsi, di assentarsi, finché tutta la vita sia risucchiata dal nulla. Se la vita è male, asserisce Argan, si può viverla solo se si è ‘malati’, o si è irresponsabili e ciechi. Argan difende un asilo innocente, il suo diritto all’infanzia.”
Mi sembra che l’autofiction in cui tutti noi esseri umani siamo caduti da qualche tempo, questo nostro rappresentarci continuamente anche nei nostri malanni più intimi, sia molto simile alla malattia di Argante/Molière.
Vogliamo mostrarci malati, immolarci, morire in scena per trovare disperatamente qualcuno che ci accudisca, compatisca, perfino che ci derida o che ci odi: cerchiamo un qualsiasi sguardo genitoriale che ci permetta di esistere. Il re Luigi/padre sta già sostituendo Molière con un nuovo musicista/figlio, più furbo, leggero e di moda e – paradossale – con il suo stesso nome: Gianbattista. Molière non sarà più il commediante del re.
Quello di Argante/Molière è un ultimo, disperato sforzo.
Morendo, Molière ci deve aver detto qualcosa d’essenziale, di vicinissimo a noi.
Si esiste solo se si è guardati. Si muore, talvolta, per esistere.
Note di regia di Andrea Chiodi
“Io sono il malato!”, così grida Argante al fratello Beraldo e alla serva Tonina: “Io sono il malato!”…
Mi sono chiesto se questo grido non fosse il grido disperato di un autore teatrale che, mentre scrive, si sente messo da parte, ridicolizzato dalla società, non più di moda e, nel caso di Molière, non più accettato a corte.
Con questo lavoro ho cercato di mettere in scena questo grido disperato, il grido di un artista, la domanda di un artista, la domanda di chi cerca di far capire a chi parla la sua arte, il suo teatro, fino a morirci dentro, fino a decidere di essere malato per proteggersi dalla durezza della realtà. L’abbiamo fatto con il testo integrale e fedele con la sola aggiunta della supplica di Molière al Re, supplica in cui domanda: “Allora ditemi sinceramente, mio sovrano Signore, se volete che io scriva ancora delle commedie. Io non voglio dar fastidio a nessuno. Preferirei morire piuttosto che pensare che il teatro di Molière disgusta tanto da detestare il solo sentirlo nominare.”
IL MALATO IMMAGINARIO
di Molière
adattamento e traduzione Angela Dematté
regia ANDREA CHIODI
con Tindaro Granata e Lucia Lavia
e con Angelo Di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi, Ottavia Sanfilippo
scene Guido Buganza
costumi Ilaria Ariemme
musiche Daniele D’Angelo
luci Cesare Agoni
consulenza ai movimenti Marta Ciappina
assistente alla regia Elisa Grilli
produzione Centro Teatrale Bresciano
in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Viola Produzioni Roma
SPETTACOLO
Giovedì 22 gennaio 2026 | ore 20.45
Rassegna PROSA
Nella fucina dell’arte la bontà non conta niente
Amadeus di Peter Shaffer, nella versione registica di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia prodotta dal Teatro dell’Elfo, viene proposto in tour nella stagione 25/26.
L’autore basa il suo dramma su una storia, o meglio su una leggenda, nota: Antonio Salieri, maturo e affermato musicista, avvelena per invidia il giovane genio Mozart. Al debutto al National Theatre di Londra nel 1979 la pièce ebbe un grande successo, confermato poco dopo a New York, dove ottenne numerosi riconoscimenti (tra cui i Tony Award come miglior spettacolo, miglior regia a Peter Hall e miglior attore a Ian McKellen). Ma ciò che rese universalmente celebre l’opera (e la leggenda su cui si fonda) fu il film di Miloš Forman (alla cui sceneggiatura lavorò anche Shaffer), che quarant’anni fa si aggiudicò otto premi Oscar.
La regia di Bruni/Frongia esalta la forza del testo, che ha il ritmo, la profondità e la tensione di un classico, imprimendogli l’andamento di un capriccio allucinato e sontuoso, un sogno che piano piano assume i contorni perturbanti di un incubo. Ferdinando Bruni è Salieri che, attraversando le età della vita, come un deus ex-machina evoca dal passato i personaggi della ‘sua’ storia. Accanto a lui Daniele Fedeli, l’attore-rivelazione di Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte nel ruolo del giovane irriverente e sboccato Mozart. Antonio Marras firma i costumi e veste gli interpreti con sontuosi abiti di un ‘700 immaginario dagli inserti molto contemporanei. La scena è un salone, trasfigurato dalle proiezioni di una sorta di lanterna magica, nella quale si muovono musicisti, nobili e dignitari della corte di Giuseppe II: Michele Di Giacomo, Matteo de Mojana, Alessandro Lussiana, Ginestra Paladino, Umberto Petranca, Luca Toracca e la giovane Valeria Andreanò, nel ruolo di Constanze, la moglie di Mozart.
Dalle note di regia
La leggenda che Peter Shaffer rielabora nel suo testo forse si basa su voci e pettegolezzi dell’epoca (ma gli storici, in linea di massima, non le accreditano nessun fondamento); più probabilmente nasce da un’invenzione di Puškin che nel suo microdramma Mozart e Salieri ci racconta per la prima volta la favola.
Antonio Salieri è, meritatamente, uno dei più famosi compositori della sua epoca, vive in una posizione di assoluto privilegio, le sue opere sono note e apprezzate, è un artista raffinato, stimato e riconosciuto. Niente e nessuno dovrebbe preoccuparlo. È arrivato a occupare questa invidiabile posizione grazie a un patto fra lui e Dio: devozione in cambio di successo. O almeno questo è quello di cui è convinto. Il primo sintomo di una follia che lo porterà a vedere nel genio di Mozart un tradimento del Creatore nei suoi confronti.
Mozart rappresenta per la sua epoca (e non solo) la modernità. Le sue idee, il suo personaggio, la sua musica sono ancora oggi fonte di meraviglia e studio. Salieri riconosce in Mozart l’unicità del genio. Dio non ha tenuto fede al patto: ora è Amadeus lo strumento che il Creatore usa per far sentire la sua voce sulla terra. E allora che sia guerra fra Antonio Salieri e il suo Dio: il campo di battaglia sarà Mozart. Inizia così un lento e meticoloso lavoro di demolizione delle possibilità di affermazione del giovane Mozart, piano piano, senza mai esporsi, fino all’annientamento, fino alla morte.
Il testo Shaffer inizia a Vienna nel 1823, Antonio Salieri, vecchio, dimenticato e prossimo alla morte, ripercorre la vicenda del suo tragico rapporto con Mozart – Ama-deus, colui che ama Dio e che da Dio è amato – conclusasi con la morte del giovane e geniale compositore trent’anni prima. Peter Shaffer inventa un ‘capriccio’ allucinato e potente, sicuramente non un testo ‘storico’, ma un apologo sull’invidia, con un capovolgimento finale che sposta il senso della leggenda creata da Puskin: è ovvio che Salieri, mediocre anche nella cattiveria, non ha avvelenato Mozart, la sua malvagità non è arrivata fino a questo punto, ma farà qualsiasi cosa perché tutti lo credano, in modo che il suo nome possa essere legato in eterno a quello del salisburghese e che questo delitto non commesso gli conceda l’immortalità.
AMADEUS
di Peter Shaffer
regia FERDINANDO BRUNI e FRANCESCO FRONGIA
costumi Antonio Marras
con Ferdinando Bruni e Daniele Fedeli
produzione Teatro dell’Elfo
con il contributo di NEXT
SPETTACOLO
Giovedì 5 febbraio 2026 | ore 20.45
Rassegna PROSA
“Love is careless in its choosing… Love descends on those defenceless”
(“L’amore non ha riguardi nelle sue scelte… l’amore piomba su quelli che sono indifesi”)
David Bowie, Soul Love
Queste parole tratte da Soul Love di David Bowie aprono Ring of Love, spettacolo multimediale che mette in scena l’amore nella sua forma più cruda, viscerale e poetica. Un ring ideale per otto round di incontri e scontri: l’amore come sfida, come danza tra anime che si affrontano senza esclusione di colpi, in un viaggio emotivo che attraversa tutte le sfumature del sentimento.
Proposto nella serata di San Valentino, Ring of Love è un’occasione speciale per celebrare l’amore in tutte le sue forme -romantico, tormentato, impetuoso, tenero – attraverso la potenza della danza, della musica e del canto dal vivo.
Attraverso una potente fusione di danza contemporanea, musica e canto dal vivo, Ring of Love attraversa le epoche del rock: dal glamour di David Bowie e Bryan Ferry, all’energia del punk dei Talking Heads e The Stooges, fino all’elettronica sofisticata dei Depeche Mode e dei Radiohead. Canzoni iconiche dedicate all’amore diventano la colonna sonora di uno spettacolo che è insieme rito, sfida e celebrazione.
Raphael Bianco, ideatore, interprete e coreografo, guida con passione gli straordinari danzatori della Compagnia EgriBiancoDanza, accompagnati dalla forza espressiva della musica dal vivo.
RING OF LOVE – A glamour rock dance show
coreografia RAPHAEL BIANCO
assistente alle coreografie e coreologa Elena Rolla
costumi Melissa Boltri
musiche David Bowie, Radiohead, John Lennon. Depeche Mode, Talkingheards, AmyWinehouse, The Stoogers
produzione Fondazione Egri per la Danza
SPETTACOLO
Sabato 14 febbraio 2026 | ore 20.45
Rassegna DANZA/DANZA PRIMAVERA
Nel nuovo allestimento di Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard, abbiamo deciso di sfruttare la vivacità e la freschezza della Commedia dell’Arte, attingendo alla sua energia e alla sua capacità di far sorridere anche nei contesti più drammatici. La nostra proposta teatrale non vuole solo esplorare la profonda riflessione filosofica del testo originale, ma anche esaltarne la potenza comica, senza mai perdere la ricchezza emotiva che caratterizza la tragicommedia di Stoppard.
Il centro della nostra messa in scena è un carro – richiamo diretto ai tradizionali carri da strada della Commedia dell’Arte – simbolo di movimento e trasformazione, che diventa il protagonista della narrazione, mutando costantemente per adattarsi alle diverse ambientazioni e situazioni del testo. La sua versatilità ci consente di passare rapidamente da una scena all’altra, creando una dinamica che richiama l’immediatezza della commedia fisica, ma anche la sua capacità di trasformare ogni angolo del palcoscenico in un microcosmo in continua evoluzione.
In linea con la tradizione della Commedia dell’Arte, dove la rappresentazione è spesso scandita da un brusco cambio di situazione, anche il nostro carro si trasformerà, come fosse un campo da gioco in continuo movimento. In alcuni momenti si trasformerà in un luogo severo e minaccioso, in altri in uno spazio di pura follia. La capacità di cambiare forma, di diventare ora un castello, ora un teatro, ora una strada, diventa metafora della continua incertezza dei protagonisti, ma anche un invito al pubblico a giocare con il metateatro, a immergersi in una dimensione dove nulla è mai fermo e tutto può essere reinterpretato. L’aspetto comico qui non è solo legato al gioco fisico e alle gag visive, ma anche quello più sottile e sofisticato che emerge dai dialoghi di Stoppard.
Rosencrantz e Guildenstern, pur essendo prigionieri di un destino apparentemente tragico, sono due uomini che affrontano l’assurdità della vita in modo esilarante. La vicenda di Amleto, vista attraverso i loro occhi, diventa una farsa divertente. Vogliamo far emergere la freschezza dei loro scambi, rendendo le loro incertezze e la loro ignoranza del destino una fonte di continuo divertimento, che si esprime in tempi comici perfetti, in giochi di parole e nel loro modo di affrontare l’assurdo con una naturale leggerezza.
Gli attori, anche grazie al supporto di una scenografia che cambia in tempo reale, avranno l’opportunità di giocare con la fisicità e gli strumenti della Commedia dell’Arte.
Il risultato sarà un continuo intreccio di situazioni che oscillano tra il tragico e il comico, dove la morte e l’assurdo diventano occasioni per ridere e riflettere, sempre sul filo dell’imprevedibile.
La trasformazione del carro e la sua capacità di creare scenografie sempre diverse riflettono questo spirito ludico e imprevedibile. La fluidità dei cambi di scena, resa possibile da questo oggetto teatrale “in movimento”, consente uno scambio continuo tra realismo e finzione, tra serietà e piacere della sorpresa, creando un’atmosfera in cui il pubblico non può mai prevedere cosa accadrà dopo, ma può sempre godere della scoperta di nuove situazioni, pronte a essere svelate in un batter d’occhio. In questo contesto, la commedia diventa lo strumento perfetto per evidenziare la tragedia esistenziale dei due protagonisti, ma anche per alleggerirla, trasformando il palcoscenico in uno spazio in cui il comico, l’assurdo e il tragico si intersecano in un gioco di sorpresa continua. La messa in scena diventa così un’esplorazione dinamica e divertente di Rosencrantz e Guildenstern sono morti, una riflessione sull’esistenza che non dimentica mai la potenza comica del capolavoro di Stoppard.
Note di regia di Alberto Rizzi
Ho sempre pensato che fosse geniale l’idea di Stoppard di spiare l’Amleto dal buco della serratura, di guardarlo attraverso i due clown, i due guitti, Rosencrantz e Guildenstern, e di trasformare la più grande tragedia di tutti i tempi, in una farsa sull’esistenza umana. Penso che il testo abbia avuto, in tutti questi anni, grande fortuna e sia molto amato proprio per la freschezza dei dialoghi, l’arguzia delle trovate sceniche, la capacità di prendere due personaggi secondari in Shakespeare e di farne i protagonisti di una storia divertente ed esistenziale.
Con questo allestimento vorrei presentare al pubblico italiano uno spettacolo nuovo, divertente, che mescoli l’umorismo inglese di parola, alla comicità fisica della Commedia dell’Arte. Con una coppia di grandi attori protagonisti – Francesco Pannofino e Francesco Acquaroli – nei ruoli di Rosencrantz e Guildenstern, due perfetti clown/avventurieri, capaci di rendere indimenticabili, ancora una volta, questi due personaggi straordinari. Accanto a loro, nel ruolo del Capocomico, Paolo Sassanelli, interprete ideale per guidare con ironia, carisma ed allegria la compagnia dei comici erranti.
ROSENCRANTZ E GUILDENSTERN SONO MORTI
di Tom Stoppard
regia ALBERTO RIZZI
con Francesco Pannofino, Francesco Acquaroli, Paolo Sassanelli
e con Andrea Pannofino e Chiara Mascalzoni
scene Luigi Ferrigno
musiche Natalino Pannofino
produzione Gli Ipocriti Melina Balsamo
SPETTACOLO
Giovedì 30 ottobre 2025 | ore 20.45
Rassegna PROSA
Seconda tappa del progetto ERGO SUM di Raphael Bianco per la Compagnia EgriBiancoDanza
Dopo ESSAIS: d’après Montaigne, debutto del progetto ERGO SUM nel 2018, Raphael Bianco prosegue la sua ricerca sull’identità e la condizione umana con LEONARDO DA VINCI – Anatomie spirituali, un omaggio al genio universale nel 500° anniversario della sua morte.
Attraverso un linguaggio coreografico e coreologico, l’opera esplora il corpo umano come mappa di emozioni, potenza, fragilità e mistero. Il corpo danzante viene sezionato metaforicamente tra staticità e movimento, tra il visibile e l’invisibile, diventando al contempo narrazione di sé e riflesso dell’altro.
Ispirandosi agli studi anatomici di Leonardo – vere e proprie indagini sull’essenza della vita – Bianco propone una dissezione simbolica del corpo del danzatore, rivelandone le zone di luce e ombra, quelle che affrontano il mondo e quelle che il mondo non vede. Un rituale esoterico e poetico, che mescola suoni naturali, echi di musica rinascimentale e sound design contemporaneo per condurre lo spettatore in un viaggio spirituale e sensoriale.
Un lavoro che attraversa dimensioni ludiche, comiche, poetiche e sconvolgenti, restituendo una visione del corpo come luogo sacro e fragile, guidato dalla mente e vivificato dal cuore.
LEONARDO DA VINCI – ANATOMIE SPIRITUALI
ideazione e coreografia RAPHAEL BIANCO
musica Alessandro Cortini
sound design Diego Mingolla
1 attore in scena
con il sostegno di MIC – Ministero della Cultura, Regione Piemonte, Fondazione CRT, TAP – Torino Arti Performative
in collaborazione con Fondazione Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, Il Maggiore di Verbania
SPETTACOLO
Giovedì 20 novembre 2025 | ore 20.45
Rassegna Danza
Claudio Milani apre la stagione di teatro per le famiglie con CUORE
Uno spettacolo per bambine e bambini dai 4 anni in su e per chi li accompagna.
Nina vive vicino a un bosco pieno di misteri, dove abitano la Fata dai Cento Occhi e l’Orco dal grande ascolto. Il bosco è vietato, ma Nina – per gioco, per curiosità, per sbaglio – ci entra. E ogni volta, il bosco cambia.
CUORE è una fiaba teatrale che parla di emozioni, di come si governano, si affrontano, si trasformano. A volte serve ordine, a volte caos. Ma sempre serve il cuore.
Con la forza della sua fantasia e del suo coraggio, Nina attraversa paure e incanti, fino a riportare i colori in un bosco diventato grigio. Un viaggio tra emozioni, magia e crescita, per piccoli spettatori e grandi accompagnatori.
CUORE
di e con Claudio Milani
scenografie Elisabetta Viganò, Armando Milani
musiche originali Andrea Bernasconi, Emanuele Lo Porto, Debora Chiantella
progettazione Elettronica Marco Trapanese, Andrea Bernasconi, Claudio Milani
luci Fulvio Melli
fotografie di scena Paolo Luppino
produzione MOMOM
SPETTACOLO
Domenica 26 ottobre 2025 | ore 16.00
Rassegna Teatro per le Famiglie
Dopo i “Nuovi Sguardi“ della 2023|24, si conclude ora un anno sotto il segno delle “Immaginazioni”, maturi per una nuova stagione -quella 2025|26- che si intitolerà “Riflessioni”, per riflettere e specchiarsi insieme nelle grandi storie fatte di autori, attori e registi che daranno vita al prossimo cartellone.
Il Teatro della città è un teatro di tutti e per tutti e desideriamo sempre di più sia un luogo di “riflessioni” fatto di pensieri, dubbi, domande, risate e commozione.
Andrea Chiodi – Direttore Artistico
via I Maggio snc
21047 Saronno (VA)
C.F. 02828120127
tel. 02 9670 1990 (uffici)
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Ufficio Stampa
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ORARI DI BIGLIETTERIA
Mercoledì e sabato: 9.30 -12.30
Nei giorni di spettacolo: 18.30 – 20.45
Tel: 02 96702127
E-mail: biglietteria@teatrogiudittapasta.it
WhatsApp (solo messaggi): 328 667 3487
Nelle serate di spettacolo la biglietteria apre un’ora prima dell’inizio della rappresentazione.
Il Teatro è a 5 minuti a piedi dalla fermata del treno Saronno e a qualche minuto di macchina dall’uscita “Saronno”.
PARCHEGGIO: è possibile usufruire gratuitamente del parcheggio del supermercato Carrefour di fronte al teatro. Il teatro non si assume alcuna responsabilità per eventuali danni arrecati a persone o cose durante la sosta presso il suddetto parcheggio in occasione degli spettacoli. è sempre bene verificare l’applicazione, variabile, dell’obbligo del disco orario.
Il bar Galli al Teatro vi aspetta per un aperitivo o una merenda prima degli spettacoli!
Prenota da qui: 02 960 3739 – caffetteria@gliamicidelgalli.it
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