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IL MIRACOLO DI SAN SEBASTIANO

SAN SEBASTIANO è uno spettacolo teatrale che prende una figura antica, quella del santo martire trafitto dalle frecce, e la riporta vicino a noi, al presente, alla nostra vita quotidiana.

San Sebastiano è un’immagine che molti conoscono: un corpo giovane, esposto, ferito, attraversato dallo sguardo degli altri. Nel tempo è diventato un’icona che supera la storia religiosa e si apre a molte interpretazioni, anche contemporanee, legate al corpo, all’identità e al modo in cui veniamo visti e riconosciuti.

Da questa immagine semplice e potentissima nasce lo spettacolo: due attori in scena raccontano una storia che viene da lontano, ma che parla di oggi.

Al centro c’è il tema dell’identità. Chi siamo quando il mondo ci guarda? E cosa succede quando sentiamo di non poter essere pienamente noi stessi? San Sebastiano diventa così una figura che ci accompagna dentro queste domande, senza dare risposte facili.

Il suo corpo, trafitto dalle frecce, diventa simbolo di qualcosa che riguarda tutti: la fragilità, l’esposizione, il bisogno di essere visti e accettati. Non solo come immagine religiosa, ma come metafora della condizione umana.

Lo spettacolo si ispira alla sua storia e alle sue rappresentazioni, ma le attraversa per parlare del presente. In particolare, guarda al rapporto tra identità e sguardo degli altri, tra ciò che siamo e ciò che gli altri credono di vedere.

C’è anche una riflessione sul tema dell’accettazione di sé, sulle paure che spesso si interiorizzano e che rendono difficile sentirsi liberi. In questo senso, la figura di San Sebastiano diventa vicina, quasi quotidiana: non un simbolo lontano, ma qualcuno che ci somiglia.

In scena, la narrazione procede per immagini e frammenti, come un percorso fatto di tappe. Ogni scena è un passaggio, un momento di osservazione, una domanda che si apre.

Lo spettacolo si chiede infine una cosa semplice e difficile allo stesso tempo: quando diventiamo davvero noi stessi? E questo passaggio è un dolore o una liberazione?

SAN SEBASTIANO è un piccolo viaggio teatrale che unisce passato e presente, sacro e quotidiano, per raccontare qualcosa di molto semplice: il bisogno di essere visti e riconosciuti per ciò che siamo.

SPETTACOLO
Venerdì 29 gennaio 2027 | ore 20.45
Rassegna Contemporanea
Contemporanea Under26 sostenuta dal Cultural Partner Agenzia Generali di Uboldo di Della Foglia Cristiano

CREDITI
regia ALDO CASSANO
con Giuseppe Affinito e Matthieu Pastore
sound design Antonio Spitaleri
aiuto regia Natascia Curci
scene Aldo Cassano e Lucia Lapolla
costumi Lucia Lapolla
luci Giuseppe Sordi
ufficio stampa Antonietta Magli
produzione ANIMANERA E.T.S.

FEMINA

Plaudere: captatio benevolentiae o j’accuse?

Al principio è il battito. Un battito ironico, un battimano che può evocare una chiamata rituale o un gioco di cacciatrici in attesa della preda. Da qui prende avvio Femina, un lavoro che si sviluppa come un sistema ritmico rigoroso, un loop insistente e geometrico che comprime e sostiene l’azione, generando partiture coreografiche di estrema precisione formale.

In questo spazio scenico, l’essenza del femminile appare inizialmente trattenuta, quasi celata. Le interpreti attraversano una sorta di autoanalisi coreografica, una “autoflagellazione” controllata e chirurgica, sempre in ascolto di un tempo comune e condiviso. Sono al tempo stesso battitrici e battute, in un gioco di specchi e responsabilità reciproche, dove risuona l’eco di Plutarco: “Batti ma ascolta!”

Attraverso minimi travestimenti e movenze essenziali, il flusso coreografico conduce a una riflessione sull’identità femminile, tra slittamenti, contaminazioni e trasformazioni. Le quattro interpreti attraversano stati di “scorporazione” e “incorporazione” di sé e dell’altra, collocandosi come poli opposti sulle rive di uno stesso fiume.

Complici del proprio apparire, si osservano e si riflettono in un sistema di rimandi continui, in uno spazio sonoro magnetico e ininterrotto, privo di melodia e interamente fondato sulla forza del ritmo. Femina diventa così uno spazio di traduzione e allucinazione, in cui il femminile contemporaneo prende forma come campo aperto di tensioni, immagini e possibilità.

Femina ha raccolto nel tempo un’attenzione critica ampia e articolata, che ne ha sottolineato la forza formale e la densità di sguardo sul femminile contemporaneo.

Giuseppe Distefano, su DANZA&DANZA, evidenzia come il lavoro di Antonella Bertoni sorprenda per il passaggio dal gesto lirico a un rigoroso impianto formale, costruito attraverso un loop visivo e sonoro che sostiene e genera il movimento. Ne emerge un ambiente scenico essenziale, quasi spoglio, in cui il corpo è chiamato a misurarsi con una struttura ritmica implacabile.

Rossella Battisti, su RumorScena, descrive lo spettacolo come una fitta perlustrazione del femminile, costruita attraverso una sequenza di dettagli e micro-gesti che appartengono alla quotidianità. In questa stratificazione emerge un “diario minimo” della condizione femminile, dove la precisione quasi meccanica dei movimenti lascia però filtrare una tensione sotterranea e irrisolta.

Per Giornale SENTIRE, Corona Perer legge Femina come un omaggio alla donna e alle sue complessità interiori, sottolineando la potenza rituale e reiterativa dei gesti, che si impongono con forza ipnotica e generano nello spettatore uno stato di sospensione e stupore.

Ilaria Rossini, su Teatro e Critica, mette in luce la dimensione quasi astratta delle interpreti, immerse in una scrittura coreografica che sembra svolgersi indipendentemente dallo sguardo dello spettatore, come se appartenesse a un ordine autonomo e necessario.

Maria Dolores Pesce, su Sipario, riconosce al lavoro la capacità di tradurre il movimento in pensiero e il pensiero in energia vitale, restituendo una visione profonda e non verbale del femminile, inteso come forza erotica e conoscitiva.

Cristina Dalla Corte, su Script&Books, evidenzia invece la tensione tra oggettivazione e soggettività, sottolineando come le interpreti, pur esposte a una lettura quasi oggettuale del corpo, mantengano sempre una forte autonomia e presenza di soggetto.

Francesca Pedroni, su Il Manifesto, descrive le danzatrici come figure frontali e stilizzate, apparentemente controllate e uniformi, ma attraversate da scarti ritmici e individuali che fanno emergere una necessità vitale di affermazione della personalità.

Francesco Bettin, su Sipario, sottolinea la solidità della costruzione coreografica e la capacità del lavoro di dare forma e dignità alla complessità della figura femminile, tra dimensione quotidiana e slancio vitale.

Stefano Tomassini, su Teatro e Critica, definisce Femina una scrittura coreografica rigorosa e implacabile, costruita su quattro corpi femminili in costante relazione, capace di restituire la complessità del femminile senza mai ridurla o semplificarla.

Pier Paolo Chini, su Modulazioni Temporali, si sofferma sulla natura “testuale” del movimento, fatto di segni, pause e riprese che generano un continuo sistema di relazioni e cortocircuiti tra le interpreti.

Emilio Nigro, su Persinsala, riconosce allo spettacolo una tensione costante e una forte energia fisica, che attraversa lo spettatore con continuità, sostenuta da una scrittura scenica essenziale e incisiva.

Paolo Randazzo, su Gli Stati Generali, descrive l’esperienza come profondamente immersiva e trasformativa, capace di attivare processi di consapevolezza individuale e collettiva attraverso un’intensa relazione tra scena e pubblico.

Infine, Stefania Zepponi, su KLP Teatro, osserva come la coreografia non si limiti a rappresentare il femminile, ma lo attraversi e lo abiti dall’interno, con una lucidità che ne restituisce tutta la complessità senza mediazioni.

SPETTACOLO
Martedì 24 novembre 2026 | ore 20.45
Rassegna Danza

CREDITI
di MICHELE ABBONDANZA e ANTONELLA BERTONI
coreografia Antonella Bertoni
con Sara Cavalieri, Eleonora Chiocchini, Valentina Dal Mas, Ludovica Messina Poerio
disegno luci Andrea Gentili
direzione tecnica Claudio Modugno
musiche Dysnomia – Dawn Of Midi
audio editing Orlando Cainelli
organizzazione, strategia e sviluppo Dalia Macii
amministrazione e produzione esecutiva Francesca Leonelli
comunicazione Erika Parise
ufficio stampa Marilù Ursi
produzione COMPAGNIA ABBONDANZA/BERTONI
con il sostegno di MiC – Ministero della Cultura, Provincia Autonoma di Trento, Comune di Rovereto, Fondazione Cassa di Risparmio Trento e Rovereto
si ringraziano Danio Manfredini, Marco Dalpane, Lucio Diana, Nadezhda Simenova

Spettacolo finalista Premio Ubu 2023 nella categoria “Miglior spettacolo di danza”

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