Tag Archivio per: RADICI 2026|27

LA REGINETTA DI LEENANE 

Quest’opera è un thriller psicologico e tratta di un rapporto tossico, viscerale e avvelenato dal rancore tra due donne: un’anziana madre manipolatrice e sua figlia quarantenne che ha sacrificato la propria giovinezza per accudirla.

Il loro rapporto è un gioco di cattiverie quotidiane, infatti la madre architetta un piano volto alla distruzione della felicità della povera figlia; inoltre, molti sono i dialoghi affilati come lame che sanno far ridere amaramente. 

Questo spettacolo lascia il pubblico nel dubbio costante su chi stia davvero subendo il male e chi lo stia infliggendo.

Scoprirete fino a dove può spingersi il disperato bisogno di essere liberi, in un spettacolo che spegne le luci sul palco solo per riaccenderle, violentemente, dentro ognuno di voi.

SPETTACOLO
Giovedì 3 dicembre 2026 | ore 20.45
Rassegna Prosa

CREDITI
di Martin McDonagh
traduzione di Marta Gilmore
con Ambra Angiolini, Ivana Monti, Stefano Annoni, Edoardo Rivoira,
regia RAPHAEL TOBIA VOGEL
scene Angelo Linzalata
luci Oscar Frosio
costumi Simona Dondoni
musiche Andrea Cotroneo
produzione Teatro Franco Parenti in accordo con Arcadia & Ricono Ltd
per gentile concessione di Knight Hall Agency Ltd

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MATTEOTTI
Anatomia di un fascismo

Stefano Massini, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo raccontano una pagina decisiva della storia italiana

A cento anni dall’assassinio di Giacomo Matteotti, arriva al Teatro Giuditta Pasta Matteotti. Anatomia di un fascismo, uno spettacolo intenso e necessario firmato da Stefano Massini, interpretato da Ottavia Piccolo con le musiche dal vivo de Orchestra Multietnica di Arezzo.

Più che una semplice ricostruzione storica, lo spettacolo è un racconto civile che ripercorre l’ascesa del fascismo attraverso lo sguardo lucido e profetico di Giacomo Matteotti, uno dei pochi uomini politici del suo tempo capaci di comprenderne immediatamente la natura eversiva e la pericolosità. Mentre molti sottovalutavano il fenomeno o sceglievano di ignorarlo, Matteotti ne denunciava pubblicamente la violenza, l’uso sistematico dell’intimidazione e la progressiva distruzione delle istituzioni democratiche.

La narrazione prende avvio dal 10 giugno 1924, giorno del rapimento del deputato socialista, per poi svilupparsi come un’indagine teatrale sulle radici del fascismo e sui meccanismi che ne hanno favorito l’affermazione. Attraverso le parole tratte dai suoi discorsi e dai suoi scritti, emerge il ritratto di un uomo rigoroso, riformista, pacifista e profondamente convinto che la politica dovesse essere al servizio del bene comune. La sua forza era la parola: documentata, precisa, fondata sui fatti. Una parola capace di smascherare il potere. Ed è proprio per questo che fu messo a tacere.

Lo spettacolo non si limita però alla memoria storica. Come sottolineano le note di regia di Sandra Mangini, Matteotti. Anatomia di un fascismo interroga direttamente il presente, invitando il pubblico a riflettere sul valore della partecipazione democratica, sulla responsabilità individuale e sul pericolo rappresentato dall’indifferenza. La vicenda di Matteotti diventa così uno strumento per comprendere quanto sia importante difendere il confronto, il dissenso e la libertà di espressione in ogni epoca.

A dare voce a questa storia è Ottavia Piccolo, una delle più autorevoli interpreti del teatro italiano. Attrice di straordinaria esperienza, protagonista di una carriera che attraversa teatro, cinema e televisione, Ottavia Piccolo porta in scena tutta la forza civile e umana del testo di Stefano Massini. La sua interpretazione accompagna il pubblico in un viaggio emotivo che unisce rigore storico, passione politica e profonda partecipazione umana.

Accanto a lei, l’Orchestra Multietnica di Arezzo trasforma il racconto in un’esperienza teatrale e musicale di grande impatto. Fondata nel 2007, l’OMA è un progetto artistico e culturale che riunisce musicisti provenienti da numerosi Paesi del mondo, promuovendo attraverso la musica i valori del dialogo, dell’inclusione e della convivenza tra culture diverse. Le sonorità dal vivo diventano parte integrante della narrazione, amplificando l’intensità emotiva e creando un ponte ideale tra memoria storica e contemporaneità.

L’incontro tra la scrittura di Stefano Massini, la voce di Ottavia Piccolo e le musiche dell’Orchestra Multietnica di Arezzo dà vita a uno spettacolo capace di parlare a pubblici di ogni età. Un’opera che ricorda come la democrazia non sia mai una conquista definitiva e come il silenzio, l’indifferenza e la rinuncia alla partecipazione possano aprire la strada alle forme più pericolose di autoritarismo.

Matteotti. Anatomia di un fascismo è un appuntamento di grande valore culturale e civile, un teatro che non si limita a raccontare il passato ma aiuta a leggere il presente. Un racconto potente, emozionante e necessario che restituisce voce a una delle figure più coraggiose della storia italiana e invita ciascuno di noi a riflettere sul significato della responsabilità, della libertà e dell’impegno pubblico.

SPETTACOLO
Giovedì 21 gennaio 2027 | ore 20.45
Rassegna Prosa

CREDITI
di Stefano Massini
regia SANDRA MANGINI
con Ottavia Piccolo e e I Solisti dell’ORCHESTRA MULTIETNICA di AREZZO
video Raffaella Rivi
musiche Enrico Fink
percussioni Hammer dulcimer, Massimiliano Dragoni
basso Luca Roccia Baldini
chitarra Massimo Ferri
clarinetto basso Gianni Micheli
violino Mariel Tahiraj
flauto-ewi Enrico Fink
scena Federico Pian
luci Paolo Pollo Rodighiero
costumi a cura di Lauretta Salvagnin,
il vestito di Ottavia Piccolo è realizzato da La sartoria-Castel Monte onlus,
tecnico luci Emilio Bucci
fonico Vanni Bartolini
macchinista Lucia Baricci, coordinamento tecnico Paolo Bracciali
organizzazione Stefania Sandroni
amministrazione Rossana Zurli

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IL MIRACOLO DI SAN SEBASTIANO

SAN SEBASTIANO è uno spettacolo teatrale che prende una figura antica, quella del santo martire trafitto dalle frecce, e la riporta vicino a noi, al presente, alla nostra vita quotidiana.

San Sebastiano è un’immagine che molti conoscono: un corpo giovane, esposto, ferito, attraversato dallo sguardo degli altri. Nel tempo è diventato un’icona che supera la storia religiosa e si apre a molte interpretazioni, anche contemporanee, legate al corpo, all’identità e al modo in cui veniamo visti e riconosciuti.

Da questa immagine semplice e potentissima nasce lo spettacolo: due attori in scena raccontano una storia che viene da lontano, ma che parla di oggi.

Al centro c’è il tema dell’identità. Chi siamo quando il mondo ci guarda? E cosa succede quando sentiamo di non poter essere pienamente noi stessi? San Sebastiano diventa così una figura che ci accompagna dentro queste domande, senza dare risposte facili.

Il suo corpo, trafitto dalle frecce, diventa simbolo di qualcosa che riguarda tutti: la fragilità, l’esposizione, il bisogno di essere visti e accettati. Non solo come immagine religiosa, ma come metafora della condizione umana.

Lo spettacolo si ispira alla sua storia e alle sue rappresentazioni, ma le attraversa per parlare del presente. In particolare, guarda al rapporto tra identità e sguardo degli altri, tra ciò che siamo e ciò che gli altri credono di vedere.

C’è anche una riflessione sul tema dell’accettazione di sé, sulle paure che spesso si interiorizzano e che rendono difficile sentirsi liberi. In questo senso, la figura di San Sebastiano diventa vicina, quasi quotidiana: non un simbolo lontano, ma qualcuno che ci somiglia.

In scena, la narrazione procede per immagini e frammenti, come un percorso fatto di tappe. Ogni scena è un passaggio, un momento di osservazione, una domanda che si apre.

Lo spettacolo si chiede infine una cosa semplice e difficile allo stesso tempo: quando diventiamo davvero noi stessi? E questo passaggio è un dolore o una liberazione?

SAN SEBASTIANO è un piccolo viaggio teatrale che unisce passato e presente, sacro e quotidiano, per raccontare qualcosa di molto semplice: il bisogno di essere visti e riconosciuti per ciò che siamo.

SPETTACOLO
Venerdì 29 gennaio 2027 | ore 20.45
Rassegna Contemporanea

CREDITI
regia ALDO CASSANO
con Giuseppe Affinito e Matthieu Pastore
sound design Antonio Spitaleri
aiuto regia Natascia Curci
scene Aldo Cassano e Lucia Lapolla
costumi Lucia Lapolla
luci Giuseppe Sordi
ufficio stampa Antonietta Magli
produzione ANIMANERA E.T.S.

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PINO E GLI I.A.NTICORPI

L’Intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? (prima dovremmo trovarlo) Smetteremo di pensare perché lo farà lei al posto nostro? (mai iniziato)
Prenderà il controllo e scatenerà guerre nel mondo per controllare le risorse energetiche? (stiamo andando benissimo da soli)
Fedeli al motto “se non puoi combatterli, unisciti a loro” ecco “Pino e gli I.A.nticorpi”
– uno spettacolo che parla di stupidità naturale scritto con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, dove gli scombinati personaggi frutto della follia positiva del duo comico sardo la incontrano e ci si scontrano in scena.
Uno show scritto in tre ma a quattro mani, che non fa ridere, non fa pensare, ma riesce bene a far pensare di ridere.
Michele e Stefano Manca insistono da oltre trent’anni a portare i loro scombinati personaggi in giro nei teatri italiani (ma anche in Francia, Svizzera, Spagna e Germania), passando per piazze, club e programmi televisivi; hanno studiato recitazione all’École Philippe Gaulier di Parigi e Bont’s International Clownschool in Spagna, insegnano discipline dello spettacolo, hanno scritto libri, compaiono ogni tanto in un film, insomma: qualsiasi cosa purché non si tratti di lavorare!

SPETTACOLO
Mercoledì 14 aprile 2027 | ore 20.45
Rassegna Show

CREDITI
con PINO E GLI ANTICORPI
scritto da Michele Manca, Stefano Manca e CLAUDE©
con Michele Manca, Stefano Manca e CLAUDE®
produzione Pino e gli Anticorpi

Spettacolo programmato in collaborazione con MyNina Spettacoli

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FEMINA

Plaudere: captatio benevolentiae o j’accuse?

Al principio è il battito. Un battito ironico, un battimano che può evocare una chiamata rituale o un gioco di cacciatrici in attesa della preda. Da qui prende avvio Femina, un lavoro che si sviluppa come un sistema ritmico rigoroso, un loop insistente e geometrico che comprime e sostiene l’azione, generando partiture coreografiche di estrema precisione formale.

In questo spazio scenico, l’essenza del femminile appare inizialmente trattenuta, quasi celata. Le interpreti attraversano una sorta di autoanalisi coreografica, una “autoflagellazione” controllata e chirurgica, sempre in ascolto di un tempo comune e condiviso. Sono al tempo stesso battitrici e battute, in un gioco di specchi e responsabilità reciproche, dove risuona l’eco di Plutarco: “Batti ma ascolta!”

Attraverso minimi travestimenti e movenze essenziali, il flusso coreografico conduce a una riflessione sull’identità femminile, tra slittamenti, contaminazioni e trasformazioni. Le quattro interpreti attraversano stati di “scorporazione” e “incorporazione” di sé e dell’altra, collocandosi come poli opposti sulle rive di uno stesso fiume.

Complici del proprio apparire, si osservano e si riflettono in un sistema di rimandi continui, in uno spazio sonoro magnetico e ininterrotto, privo di melodia e interamente fondato sulla forza del ritmo. Femina diventa così uno spazio di traduzione e allucinazione, in cui il femminile contemporaneo prende forma come campo aperto di tensioni, immagini e possibilità.

Femina ha raccolto nel tempo un’attenzione critica ampia e articolata, che ne ha sottolineato la forza formale e la densità di sguardo sul femminile contemporaneo.

Giuseppe Distefano, su DANZA&DANZA, evidenzia come il lavoro di Antonella Bertoni sorprenda per il passaggio dal gesto lirico a un rigoroso impianto formale, costruito attraverso un loop visivo e sonoro che sostiene e genera il movimento. Ne emerge un ambiente scenico essenziale, quasi spoglio, in cui il corpo è chiamato a misurarsi con una struttura ritmica implacabile.

Rossella Battisti, su RumorScena, descrive lo spettacolo come una fitta perlustrazione del femminile, costruita attraverso una sequenza di dettagli e micro-gesti che appartengono alla quotidianità. In questa stratificazione emerge un “diario minimo” della condizione femminile, dove la precisione quasi meccanica dei movimenti lascia però filtrare una tensione sotterranea e irrisolta.

Per Giornale SENTIRE, Corona Perer legge Femina come un omaggio alla donna e alle sue complessità interiori, sottolineando la potenza rituale e reiterativa dei gesti, che si impongono con forza ipnotica e generano nello spettatore uno stato di sospensione e stupore.

Ilaria Rossini, su Teatro e Critica, mette in luce la dimensione quasi astratta delle interpreti, immerse in una scrittura coreografica che sembra svolgersi indipendentemente dallo sguardo dello spettatore, come se appartenesse a un ordine autonomo e necessario.

Maria Dolores Pesce, su Sipario, riconosce al lavoro la capacità di tradurre il movimento in pensiero e il pensiero in energia vitale, restituendo una visione profonda e non verbale del femminile, inteso come forza erotica e conoscitiva.

Cristina Dalla Corte, su Script&Books, evidenzia invece la tensione tra oggettivazione e soggettività, sottolineando come le interpreti, pur esposte a una lettura quasi oggettuale del corpo, mantengano sempre una forte autonomia e presenza di soggetto.

Francesca Pedroni, su Il Manifesto, descrive le danzatrici come figure frontali e stilizzate, apparentemente controllate e uniformi, ma attraversate da scarti ritmici e individuali che fanno emergere una necessità vitale di affermazione della personalità.

Francesco Bettin, su Sipario, sottolinea la solidità della costruzione coreografica e la capacità del lavoro di dare forma e dignità alla complessità della figura femminile, tra dimensione quotidiana e slancio vitale.

Stefano Tomassini, su Teatro e Critica, definisce Femina una scrittura coreografica rigorosa e implacabile, costruita su quattro corpi femminili in costante relazione, capace di restituire la complessità del femminile senza mai ridurla o semplificarla.

Pier Paolo Chini, su Modulazioni Temporali, si sofferma sulla natura “testuale” del movimento, fatto di segni, pause e riprese che generano un continuo sistema di relazioni e cortocircuiti tra le interpreti.

Emilio Nigro, su Persinsala, riconosce allo spettacolo una tensione costante e una forte energia fisica, che attraversa lo spettatore con continuità, sostenuta da una scrittura scenica essenziale e incisiva.

Paolo Randazzo, su Gli Stati Generali, descrive l’esperienza come profondamente immersiva e trasformativa, capace di attivare processi di consapevolezza individuale e collettiva attraverso un’intensa relazione tra scena e pubblico.

Infine, Stefania Zepponi, su KLP Teatro, osserva come la coreografia non si limiti a rappresentare il femminile, ma lo attraversi e lo abiti dall’interno, con una lucidità che ne restituisce tutta la complessità senza mediazioni.

SPETTACOLO
Martedì 24 novembre 2026 | ore 20.45
Rassegna Danza

CREDITI
di MICHELE ABBONDANZA e ANTONELLA BERTONI
coreografia Antonella Bertoni
con Sara Cavalieri, Eleonora Chiocchini, Valentina Dal Mas, Ludovica Messina Poerio
disegno luci Andrea Gentili
direzione tecnica Claudio Modugno
musiche Dysnomia – Dawn Of Midi
audio editing Orlando Cainelli
organizzazione, strategia e sviluppo Dalia Macii
amministrazione e produzione esecutiva Francesca Leonelli
comunicazione Erika Parise
ufficio stampa Marilù Ursi
produzione COMPAGNIA ABBONDANZA/BERTONI
con il sostegno di MiC – Ministero della Cultura, Provincia Autonoma di Trento, Comune di Rovereto, Fondazione Cassa di Risparmio Trento e Rovereto
si ringraziano Danio Manfredini, Marco Dalpane, Lucio Diana, Nadezhda Simenova

Spettacolo finalista Premio Ubu 2023 nella categoria “Miglior spettacolo di danza”

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IL GIARDINO A DONDOLO

Uno spettacolo immersivo e delicato dedicato alla primissima infanzia, costruito come esperienza sensoriale di ascolto, relazione e scoperta.
Prima ancora delle parole, nella primissima infanzia, il mondo si impara attraverso due linguaggi silenziosi: il ritmo del dondolio, che dona sicurezza e insegna lo spazio, e l’alfabeto dei colori, che dà forma alle prime emozioni. Il movimento accoglie e radica, il colore libera l’immaginazione.
In un suggestivo giardino di fiori candidi, la delicata custode Serafina guida i piccolissimi spettatori alla scoperta di magiche creature colorate, nate per dare corpo agli stati d’animo che tutti viviamo fin dalla nascita. In un ambiente protetto e a misura di neonato, i piccoli protagonisti — Rabbia, Gioia, Tristezza, Paura e Serenità — troveranno la loro mamma: una figura grande, accogliente e ricca di sorprese, sempre pronta a cullare chiunque ne abbia bisogno.
Nato da un profondo percorso di ascolto e pensato specificamente per gli stimoli sensoriali dei bambini dai 6 ai 36 mesi, Giardino a Dondolo trasforma ogni replica in un’esperienza unica, magica e interattiva per i piccoli “SpettAttori” e i loro accompagnatori.

Capienza: 15 bambini + 15 adulti
Fascia d’età: 6 mesi -3 anni
Durata: 40’

SPETTACOLO
Sabato 13 marzo 2027 | ore 11.00 ore 15.30 e ore 17.00
Domenica 14 marzo 2027 | ore 11.00 ore 15.30 e ore 17.00
Rassegna Teatro Famiglie

CREDITI
progetto e regia ArteVox Teatro
in scena Jasmine Monti
scene, costumi e oggetti di scena Rossana Maggi
cura dell’animazione Nadia Milani
musiche Danilo Gervasoni
produzione ArteVOX Teatri