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SULLA MORTE SENZA ESAGERARE

Sulla morte senza esagerare è uno spettacolo della compagnia I Gordi che affronta uno dei temi più universali e insieme più rimossi del teatro e della vita: la morte. Lo fa con uno sguardo sorprendente, ironico e poetico, trasformando ciò che normalmente genera paura e silenzio in un dispositivo scenico vivo, umano e profondamente teatrale.

Sulla soglia tra l’aldiquà e l’aldilà, in quello spazio immaginario in cui le anime si separano definitivamente dai corpi, prende forma una narrazione sospesa e straniante. Qui la Morte non è un concetto astratto, ma una presenza concreta, quasi quotidiana, che osserva e accompagna il passaggio degli esseri umani. Eppure, paradossalmente, è proprio lei a non sapere cosa significhi morire.

I vivi, dal canto loro, reagiscono in modi diversi: c’è chi la teme, chi la rifiuta, chi tenta di ignorarla, chi prova a sfidarla o addirittura a invocarla. Ma in questo continuo gioco di resistenze e accettazioni, tutto si trasforma in un grande meccanismo teatrale fatto di imprevisti, errori, tentativi maldestri e situazioni tragicomiche. La morte diventa così un processo umano, imperfetto, a tratti buffo e profondamente fragile.

Lo spettacolo nasce come omaggio alla poetessa polacca Wisława Szymborska e alla sua capacità di osservare la realtà con leggerezza solo apparente, capace di svelare il senso più profondo delle cose attraverso l’ironia. In questa direzione, Sulla morte senza esagerare non cerca mai la drammaticità fine a sé stessa, ma costruisce un linguaggio teatrale che alleggerisce senza banalizzare, che avvicina senza semplificare.

Uno degli elementi centrali della messinscena è l’uso delle maschere contemporanee in cartapesta, ispirate all’immaginario di Otto Dix. Le maschere diventano il cuore espressivo dello spettacolo: volti deformati, familiari e allo stesso tempo inquietanti, capaci di raccontare senza parole l’ultimo tratto dell’esistenza. Attraverso il corpo e il gesto, gli attori danno vita a una sequenza di situazioni che parlano di incontri, ultimi istanti, partenze, ritorni mancati, veglie e addii.

La scelta del linguaggio non verbale non è solo stilistica, ma profondamente poetica: il silenzio scenico diventa uno spazio di ascolto, in cui lo spettatore è chiamato a colmare i vuoti e a riconoscere ciò che spesso nella vita quotidiana viene rimosso o taciuto. In questo senso, il lavoro della compagnia I Gordi si inserisce in una ricerca più ampia sul teatro di maschera contemporaneo e sulla potenza della drammaturgia fisica.

Lo spettacolo ha ottenuto nel tempo un importante riconoscimento da parte della critica e del pubblico, diventando una delle produzioni più rappresentative del percorso della compagnia. Tra i premi più significativi si ricordano il Premio ANCT 2020 – Premio Nazionale della Critica Teatrale, il Premio Hystrio Iceberg 2019, il Premio alla Produzione Scintille 2015 e il riconoscimento ottenuto al Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro, dove ha ricevuto anche il Premio del Pubblico e il Premio Giuria Allievi.

Nel corso delle sue repliche, lo spettacolo è stato selezionato per importanti festival come il Kilowatt Festival e Artificio Como, fino ad approdare a contesti internazionali di rilievo. Particolarmente significativa è stata la presentazione al Napoli Teatro Festival 2020, momento in cui lo spettacolo ha assunto una nuova forma, ripensata alla luce di una sensibilità contemporanea segnata dall’esperienza collettiva della fragilità e dell’assenza.

Nel 2023 lo spettacolo è stato inoltre ospitato al prestigioso The Coronet Theatre di Londra, dove ha incontrato un pubblico internazionale e ottenuto un forte consenso di critica, confermando la capacità del lavoro di superare i confini linguistici grazie alla forza del linguaggio visivo e fisico.

La regia di Riccardo Pippa costruisce un universo scenico essenziale ma estremamente preciso, in cui ogni gesto ha un peso e ogni dettaglio contribuisce a creare una narrazione corale fatta di immagini, ritmo e relazioni. La morte, in questo contesto, non è mai spettacolarizzata: viene piuttosto osservata da vicino, quasi con tenerezza, come parte inevitabile e misteriosa dell’esperienza umana.

Ne emerge uno spettacolo che riesce a tenere insieme leggerezza e profondità, comicità e inquietudine, silenzio e senso. Un lavoro che invita lo spettatore a guardare da vicino ciò che normalmente si tende a evitare, senza retorica e senza esagerazione, proprio come suggerisce il titolo.

SPETTACOLO
Venerdì 30 aprile 2027 | ore 20.45
Rassegna Prosa

CREDITI
ideazione e regia RICCARDO PIPPA
di e con Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Matteo Vitanza
produzione Teatro Franco Parenti / I Gordi

Selezione Visionari Kilowatt Festival e Artificio Como 2016
Vincitore all’unanimità del Premio alla produzione Scintille 2015
Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro 2015, indetto dall’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine: spettacolo vincitore del Premio Speciale, Premio Giuria Allievi Nico Pepe e Premio del Pubblico
Premio Hystrio-Iceberg 2019

THE BARNARD LOOP

Un letto che nasconde sorprese impossibili, una moka che non smette mai di versare caffè, una pianta che prende vita e sembra voler dialogare con chi le sta accanto. In The Barnard Loop, il quotidiano si trasforma in straordinario e la realtà si piega alle regole imprevedibili dell’immaginazione.

Protagonista è Barnard, alle prese con una notte popolata da eventi misteriosi e surreali. Sogno o realtà? Non è dato saperlo. Ciò che accade sfugge a ogni spiegazione logica e conduce lo spettatore in un universo sospeso, dove gli oggetti si animano, le certezze vacillano e ogni dettaglio può trasformarsi in meraviglia.

Attraverso il linguaggio della Magie Nouvelle, una forma contemporanea che intreccia illusionismo, teatro fisico, poesia visiva e clown, lo spettacolo esplora con leggerezza e ironia il mondo interiore dell’essere umano. Barnard si confronta con le proprie emozioni, i desideri e le inquietudini che emergono quando il controllo razionale si allenta e lascia spazio all’inconscio.

Con uno stile delicato e sorprendente, The Barnard Loop invita grandi e piccoli a lasciarsi trasportare in un viaggio tra stupore e immaginazione, dove la magia non è semplice artificio, ma uno strumento poetico per raccontare ciò che spesso le parole non riescono a esprimere.

Uno spettacolo capace di far sorridere, emozionare e risvegliare quello sguardo curioso e meravigliato che appartiene a ogni età.

Fascia d’età: dai 3 anni tout publique
Durata: 1 ora

SPETTACOLO
Domenica 7 marzo 2027 | ore 16.00
Rassegna Teatro Famiglie

CREDITI
regia Alessandra Ventrella
con Jacopo Maria Bianchini e Rocco Manfredi
scene Rocco Manfredi e Paolo Romanini
luci Alessandra Ventrella
suono Dario Andreoli
supporto logistico Cie Les Karnavires
Compagnia Dispensa Barzotti
spettacolo finalista InBox 2024

PER SEMPRE

PER SEMPRE è un monologo fisico e viscerale ideato e interpretato da Alessandro Bandini, vincitore del Premio Mariangela Melato per giovani attori 2025, che si accosta alla parola e all’opera di Giovanni Testori portando in scena una drammaturgia originale costruita a partire dal corpus inedito della corrispondenza in lingua francese tra lo scrittore di Novate Milanese e Alain Toubas, a cui fu sentimentalmente legato per oltre trent’anni.

Il giovane Bandini – allievo di Luca Ronconi e Carmelo Rifici alla Scuola di Teatro del Piccolo di Milano e tra i partecipanti alla BAT_Bottega Amletica Testoriana ideata da Antonio Latella – dà voce e corpo alla struggente e misteriosa storia d’amore tra lo scrittore, drammaturgo e artista Giovanni Testori e il mercante d’arte e gallerista francese Alain Toubas.

Lo spettacolo è uno sguardo diretto su un amore assoluto e complesso, fatto di bisogno, distanza, dipendenza emotiva e desiderio. PER SEMPRE è una richiesta viscerale di poter amare ed essere amati senza condizioni, un grido contro l’oblio, contro la paura di sparire.

Tra il 1959 e il 1962, Testori e Toubas – conosciuti alla fine del 1958 grazie ad amicizie comuni – costruiscono un rapporto epistolare intensissimo, composto da oltre duemila lettere scritte a mano in francese, mai tradotte, trascritte o pubblicate integralmente, accompagnate da disegni e cartoline altrettanto inedite. Una corrispondenza che racconta un amore travolgente, a tratti contraddittorio e ricattatorio, ma soprattutto un’umanità disarmata e autentica.

Da questo materiale emerge un lato poco conosciuto di Testori, che permette di rileggere parte della sua opera con uno sguardo nuovo, più diretto e contemporaneo. Non solo il grande autore del Novecento, ma un uomo attraversato da un amore totale, che diventa anche origine della sua scrittura.

Alessandro Bandini si confronta con la parola privata e poetica di Testori, protagonista della cultura letteraria e artistica della seconda metà del Novecento, firmando una drammaturgia originale costruita a partire dal corpus epistolare inedito, da alcuni versi de I Trionfi – celebre poema d’amore dedicato ad Alain Toubas – e da dediche private dello scrittore al giovane “Franzese”.

Il lavoro nasce da un confronto totale, corpo a corpo, con la parola testoriana: una parola che non si limita a essere detta, ma si incarna in chi la pronuncia. In scena diventa tensione, respiro, conflitto. E si trasforma nella lotta interminabile di un essere umano con le proprie paure, con il bisogno di essere amato, con il rischio di scomparire.

PER SEMPRE è quindi uno spettacolo sull’amore, ma anche sulla scrittura, sulla fragilità e sulla memoria: un attraversamento emotivo e fisico che porta il teatro dentro la zona più intima della parola.

SPETTACOLO
Venerdì 19 febbraio 2027 | ore 20.45
Rassegna Contemporanea

CREDITI
testi tratti da lettere e cartoline inedite di
Giovanni Testori ad Alain Toubas, I Trionfi di Giovanni Testori, dediche private di Giovanni Testori ad Alain Toubas
ideazione e creazione Alessandro Bandini
drammaturgia e traduzione Alessandro Bandini, Ugo Fiore
con Alessandro Bandini
dramaturg Ugo Fiore
sguardo esterno Alessandro Sciarroni
coaching Tindaro Granata
consulenza spazio scenico Giulia Pastore
disegno luci Elena Vastano
styling Ettore Lombardi
consulenza musicale Federica Furlani
tecnico luci, audio e video Alessandro Di Fraia
produzione LAC Lugano Arte e Cultura
in coproduzione con
Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CTB Centro Teatrale Bresciano, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con
Casa Testori, Institut Culturel Italien de Paris, La Corte Ospitale di Rubiera
con il sostegno di Inteatro Residenze, Fondazione Armunia

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EUMENIDI
Tutta, tutta del padre io sono

Un mito antico che parla ostinatamente al presente. Una riscrittura corale che restituisce parola a chi la storia ha relegato ai margini. 

Con Eumenidi Tutta, tutta del padre io sono, Serena Sinigaglia torna a confrontarsi con i classici greci insieme al gruppo di lavoro nato dall’esperienza di Supplici, proseguendo un percorso artistico che legge il mito come materia viva, politica e profondamente contemporanea. 

L’ispirazione nasce dalle Eumenidi di Eschilo, ultimo capitolo dell’Orestea, dove si racconta il passaggio da una giustizia arcaica, rappresentata dalle Erinni, a un nuovo ordine stabilito da Atena: una giustizia istituzionale, costruita attorno alla legge, al potere e al primato del padre.

Ma questa volta il punto di vista si ribalta.

La storia inizia dalla fine. Le Erinni sono ormai diventate Eumenidi: pacificate, integrate, rese innocue. Da questo presente guardano indietro, interrogano il proprio passato e cercano di capire cosa sia accaduto. Chi erano prima di essere trasformate? È esistito davvero un tempo governato da un diverso equilibrio tra maschile e femminile? E quali tracce di quello scontro abitano ancora il nostro presente?

In scena sette attrici danno corpo a un coro potente e mutevole, attraversando il mito come una memoria collettiva che ritorna. La scrittura scenica alterna racconto, coralità e frammenti emotivi in un movimento continuo tra tragedia classica e sensibilità contemporanea.

Eumenidi. Tutta, tutta del padre io sono non cerca risposte definitive: apre domande. Sul potere, sull’origine delle regole che ci governano, sui rapporti tra giustizia e violenza, sul modo in cui il femminile e il maschile — intesi come forze simboliche, profonde e contraddittorie — continuano a modellare il nostro sguardo sul mondo.

SPETTACOLO
Giovedì 22 ottobre 2026 | ore 20.45
Rassegna Prosa

CREDITI
ispirato a “Eumenidi” di Eschilo
regia Serena Sinigaglia
adattamento drammaturgico Serena Sinigaglia e Gabriele Scotti
traduzione del testo greco a cura di Maddalena Giovannelli e Nicola Fogazzi
con Francesca Ciocchetti, Matilde Facheris, Maria Pilar Pérez Aspa, Arianna Scommegna, Giorgia Senesi, Sandra Zoccolan, Debora Zuin
scene Maria Spazzi
costumi Emanuela Dall’Aglio
luci Alessandro Verazzi
cori Francesca Della Monica
Sound design e musiche Lorenzo Crippa
movimenti Alessio Maria Romano
assistente alla regia Elena Riccardi
assistente alle scene
assistente ai costumi Ilaria Strozzi
assistente ai movimenti Stefano Carenza
sarte realizzatrici Anna Gaiti e Ludovica Gavioli
foto Serena Serrani
produzione ATIR, Nidodiragno/CMC produzioni e Teatro Carcano

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MORTE ACCIDENTALE DI UN ANARCHICO

Tra i testi più celebri, irriverenti e attuali del teatro italiano, Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo continua a conquistare il pubblico di tutto il mondo con la sua straordinaria miscela di comicità, satira e impegno civile. Un’opera diventata un classico del teatro contemporaneo, capace ancora oggi di divertire, provocare e far riflettere con la stessa forza di oltre cinquant’anni fa.

Tutto prende avvio da un episodio realmente accaduto: nel 1921 un emigrante italiano perse la vita precipitando da una finestra di un edificio della polizia di New York. Dario Fo utilizza questo fatto come spunto iniziale per costruire una delle sue opere più celebri. Dietro il titolo volutamente beffardo e paradossale si nasconde però un riferimento ben più vicino alla storia italiana: la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato nel dicembre del 1969 da una finestra della Questura di Milano durante gli interrogatori seguiti alla strage di Piazza Fontana.

Da questa vicenda tragica nasce uno spettacolo che rappresenta uno dei punti più alti del teatro civile italiano. La genialità di Dario Fo consiste nel trasformare una storia oscura e dolorosa in una macchina comica perfetta, capace di alternare risate incontenibili e improvvisi brividi. Attraverso il linguaggio della farsa, il grottesco e il paradosso, l’autore costruisce una satira feroce contro le distorsioni del potere, le verità manipolate e le versioni ufficiali che non riescono a convincere.

Al centro della scena c’è il Matto, uno dei personaggi più straordinari usciti dalla penna di Fo. Affetto da una irresistibile forma di “istriomania”, ovvero il bisogno compulsivo di assumere continuamente identità diverse, il protagonista diventa un moderno giullare che utilizza travestimenti, inganni e improvvisazioni per mettere alle corde commissari, agenti e funzionari di polizia. Con intelligenza, ironia e una logica apparentemente folle, il Matto smonta una dopo l’altra le contraddizioni dei suoi interlocutori, costringendoli a confrontarsi con le proprie menzogne.

In questa nuova produzione il personaggio è interpretato da Lodo Guenzi, protagonista di una prova scenica che raccoglie l’eredità del teatro di Fo e la rinnova per il pubblico contemporaneo. Guenzi guida una vorticosa girandola di equivoci, colpi di scena e trovate comiche, restituendo tutta la modernità di un personaggio che continua a incarnare lo spirito critico e anticonformista del teatro d’autore.

Ciò che rende Morte accidentale di un anarchico un’opera ancora oggi così potente è la sua capacità di trasformare il riso in uno strumento di conoscenza. Dietro le gag, le situazioni assurde e i dialoghi irresistibili si nasconde infatti un rigoroso lavoro di documentazione. Dario Fo costruì il testo partendo da verbali, testimonianze, articoli di giornale e atti processuali, utilizzando la comicità per mettere in discussione le versioni ufficiali dei fatti e invitare il pubblico a esercitare il proprio spirito critico.

L’allestimento originale interpretato da Fo divenne rapidamente un fenomeno teatrale senza precedenti, con centinaia di repliche sold out e un forte impatto sul dibattito culturale e politico dell’epoca. Ancora oggi l’opera continua a essere rappresentata nei teatri di tutto il mondo, confermandosi uno dei testi più importanti della drammaturgia europea del Novecento.

La critica ha sempre riconosciuto in Morte accidentale di un anarchico una straordinaria capacità di fondere intrattenimento e riflessione. Il Matto viene spesso descritto come l’erede moderno della tradizione dei giullari, una figura capace di dire la verità attraverso il paradosso e la comicità. È proprio questa apparente leggerezza a rendere ancora più incisivo il messaggio dello spettacolo, che continua a interrogare il pubblico sul rapporto tra potere, giustizia, informazione e responsabilità collettiva.

Tra comicità sfrenata, satira corrosiva e teatro di denuncia, Morte accidentale di un anarchico rimane uno spettacolo necessario, capace di parlare a generazioni diverse e di dimostrare come il teatro possa essere insieme divertimento, memoria e coscienza civile. Un grande classico che continua a vivere grazie alla forza della scrittura di Dario Fo e all’energia di interpreti capaci di restituirne tutta la straordinaria attualità.

SPETTACOLO
Giovedì 4 febbraio 2027 | ore 20.45
Rassegna Prosa

CREDITI
regia GIORGIO GALLIONE
con Lodo Guenzi, Matteo Gatta, Eleonora Giovanardi, Alessandro Federico, Marco Ripoldi, Roberto Rustioni
scene di Guido Fiorato
luci di Andrea Violato
costumi di Francesca Marsella
assistente alle scene Francesca Marsella
aiuto regia Riccardo Iellen
realizzazione scenografie Officina Scenotecnica Gli Scarti
organizzazione Alessandro Beltaro e Anna de Martini
amministrazione Morena Lenti e Riccardo Rossi
macchinista Albero Tizzone
elettricista Michele Forni
ufficio stampa Maddalena Peluso
social media Gaia Giardina
una produzione di Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito con Nidodiragno/CMC
produzioni in co-produzione con Teatro Carcano e Fondazione Sipario Toscana Onlus-La città del Teatro
e con la collaborazione di Argot Produzione
un ringraziamento speciale alla fondazione Dario Fo e Franca Rame
progetto grafico nduja design studio con disegno originale di Dario Fo

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L’UOMO CHE BRUCIA
Anteprima nazionale

Avvertenza: spettacolo con contenuti e linguaggio espliciti

 «Non viviamo più in un’epoca, ma in una scadenza.» Günther Anders

Questa frase di Günther Anders apre il romanzo di Alban Lefranc come una deflagrazione. L’UOMO CHE BRUCIA, adattamento teatrale del romanzo omonimo, è un’immersione brutale e continua dentro una testa in surriscaldamento.

Siamo in una città familiare e tuttavia deformata. I caffè, le strade, i palazzi sono lì, riconoscibili, ma tutto sembra essere stato spinto un poco oltre — soltanto di poco, ma abbastanza perché tutto appaia più chiaramente. Gli attentati hanno smesso di essere eventi eccezionali e sono diventati una sorta di meteo del quotidiano — oggi, attentato. Il centro è stato trasformato in una zona riservata alle giovani donne dai quattordici ai trentasei anni — per mantenere alto il turismo celebrando la giovinezza e l’eleganza del paese. I militari distribuiscono volantini per un memoriale alle vittime progettato da Banksy — #tuttunitcontroilterrorismo.

Non è un futuro distopico.

È il nostro presente spinto fino al suo stesso balbettio, come se il reale ripetesse i suoi tic fino alla caricatura. La lingua di Lefranc brucia come la città che descrive. Passa dagli hashtag ai versetti biblici, dagli aforismi politici alle scene pornografiche, da un ricordo a una profezia, da un grido a un sussurro. La lingua si disloca e poi tenta di ricomporsi.

Non c’è una narrazione che segue il filo di una storia: c’è un pensiero che avanza per scarti, ritorni e ossessioni, come funziona davvero una testa.

Seguiamo Luc, uno scrittore ossessionato dal PROGETTO: l’idea di un libro totale, un libro capace di contenere tutto. Vi trova una forma di riparo, ma il PROGETTO è anche il luogo della sua paralisi: una costruzione mentale smisurata, continuamente annunciata e mai compiuta, in cui tutto entra e da cui non esce quasi nulla. Luc guarda la catastrofe, la commenta, la organizza mentalmente, ma non riesce ad agire. Resta fermo davanti alla fine del mondo, come davanti a uno schermo. È un naufrago. Perde le parole come si perde il contatto con il proprio corpo: senza accorgersene all’inizio, poi in modo irreversibile. I vuoti si aprono nelle frasi, le parole si staccano dalle cose, il reale non offre più alcuna presa.

Anche il desiderio, in lui, non è più un’apertura verso l’altro ma un automatismo. Luc guarda ogni donna come se dovesse rientrare immediatamente in una categoria pornografica: un corpo diventa una sequenza di hashtag, una nuca, un collo, una curva, una superficie disponibile. Trasforma l’altra in fantasma prima ancora che possa parlargli. La pornografia non è soltanto un tema: diventa una grammatica dello sguardo. E non risparmia nemmeno il rapporto con l’amico d’infanzia. Anche lì Luc non riesce a restare presente: il legame viene risucchiato in scene sessuali che non si sa più se sono osservate o immaginate. L’amico diventa doppio, corpo desiderato, specchio della propria rovina.

È qui che il testo tocca la sua domanda più fragile e più violenta. Quando tutto è stato consumato — le parole, i corpi, le immagini, il desiderio, l’amicizia, la possibilità stessa di stare al mondo — cosa resta da salvare? Forse poter immaginare altro.

L’UOMO CHE BRUCIA è un crollo e un tentativo

SPETTACOLO
Venerdì 13 novembre 2026 | ore 20.45
Rassegna Contemporanea

CREDITI
liberamente tratto dal romanzo L’Homme qui brûle di Alban Lefranc
adattamento e regia UGO FIORE
con Alfonso De Vreese
animazione video Luca Fiore
suono e luci Alessandro Di Fraia
consulenza musicale Federica Furlani
produzione Artisti Drama APS, LAC Lugano Arte e Cultura, Proxima Res
residenza produttiva Carrozzerie n.o.t
con il sostegno del Teatro Giuditta Pasta di Saronno
Si ringrazia Alban Lefranc per la fiducia, l’attenzione e la generosità con cui ha accompagnato questo lavoro

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THE END

“Una violenta e struggente riflessione sulla morte, oggi rimossa in nome di una posticcia eterna giovinezza. Babilonia Teatri sferra un salutare pugno nello stomaco al Dorian Gray che è in noi. Terribile e meraviglioso.”
Claudia Cannella

Oggi la morte non esiste. Non se ne parla. Non la si affronta, né la si nomina. È un tabù.

La morte viene occultata, nascosta. La consideriamo come qualcosa che non fa parte della vita.

La religione cattolica ha le sue responsabilità, ma il nostro modello e stile di vita sposa perfettamente la volontà di rimuovere la questione. Nel momento in cui ci troviamo a diretto contatto con la morte tornano a galla in modo dirompente le nostre paure. Il buon senso o senso comune non servono più a nulla. Non basta sapere che la vita ha un ciclo, che i propri genitori invecchiano, che ammalarsi è possibile. Non basta neanche la visione consolatoria che la religione ci offre. La morte rimane tale. Uno spettro scuro di cui abbiamo infinitamente paura. In modo estremamente tragico. In modo estremamente comico.

Oggi invecchiare come ammalarsi non è consentito. Il mito dell’eterna giovinezza dilaga. Ci stiamo trasformando in un mondo di Dorian Gray. Vecchi e malati vivono separati dal resto della popolazione. Le parti deboli, d’intralcio o pericolose hanno un luogo a loro deputato in cui stare. Anche i morti per definizione vivono separati dai vivi. Siamo consapevoli che non sempre è stato così, ma per noi oggi è un dato di fatto.

Ci guardiamo e proviamo a fotografarci. A interrogarci sulle ragioni che ci portano a vivere la morte come un corpo estraneo. Violento. Traumatico. Un evento con cui non convivere e non riconciliarci. Di sicuro vedere un corpo morto per la prima volta a vent’anni è diverso da averlo sempre visto. Vedere un animale morire. Ucciderlo. È diverso da trovarlo sezionato e confezionato. Incontrare la morte quotidianamente oggi è un eccezione. Ma la regola continua a volerci mortali.

Il modo in cui viene affrontata e trattata la morte oggi è profondamente bruciante e carico di contraddizioni. E’ una combustione lenta e sotterranea, forse per questo più dolorosa e non cicatrizzabile. Ogni tanto riesce a zampillare all’esterno prima di tornare a scorrere sotto traccia. Coperta da una cenere che non è mai in grado di spegnerla. Ma che si ostina a relegarla nell’alveo di un individualismo che nega una sua elaborazione collettiva.

SPETTACOLO
Venerdì 9 aprile 2027 | ore 20.45
Rassegna Contemporanea

CREDITI
nuovo allestimento per i 15 anni dal debutto
PREMIO UBU 2011 come Miglior Novità Italiana/Ricerca Drammaturgia
Nomination ai Premi Ubu 2011 come Spettacolo dell’anno

di Valeria Raimondi e Enrico Castellani
collaborazione artistica Vincenzo Todesco
con Valeria Raimondi, Enrico Castellani, Luca Scotton
scene Babilonia Teatri, Gianni Volpe, Luca Scotton
luci e audio Babilonia Teatri/Luca Scotton
costumi Babilonia Teatri, Franca Piccoli
organizzazione Alice Castellani
grafiche Franciu
foto Marco Caselli Nirmal e Sara Castiglioni
produzione Babilonia Teatri, SCARTI Centro di Produzione Teatrale
d’Innovazione, CRT Centro di Ricerca per il Teatro
in collaborazione con Operaestate Festival Veneto e Santarcangelo 40
e con il sostegno di Viva Opera Circus
produzione 2011

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UNDERDOGS

“E pensare che era un ragazzo normale.”
Normale. Parola comoda, parola che assolve, parola che sposta lo sguardo. Perché se lui “era normale”, allora il problema non esiste — o meglio, esiste altrove, in qualcun altro, in qualcuno che già solo a guardarlo ti aspetti il peggio. Il migrante, il povero, l’emarginato. Su quelli il dito scatta da solo. Su quelli è persino ovvio.

Ma la violenza non ha il decoro che le attribuite.

Nasce a tavola, nasce sul divano, nel letto, nasce tra persone che si conoscono da anni e si chiamano ancora per nome. Si insinua come pressione, come ricatto, come controllo — e quando esplode lo fa sempre addosso alle stesse persone. Quasi sempre donne. Quasi sempre tra quelle mura che chiamiamo casa.

Allora accomodatevi, quello che state per vedere sono proprio loro — i perdenti, gli ultimi, quelli da cui ve lo sareste aspettato. Finalmente potete stare tranquilli: la casella è quella giusta, il pregiudizio è salvo. Fanno esattamente quello che avevate già deciso che avrebbero fatto — quindi non scandalizzatevi. Prendete nota, semmai, potreste riconoscere qualcuno.
Finché continueremo a pensare che la violenza non sia seduta accanto a noi, staremo sempre scegliendo chi proteggere.

SPETTACOLO
Venerdì 30 ottobre 2026 | ore 20.45
Rassegna Contemporanea

CREDITI
di Collettivo Ruth
regia GIOVANNI CONSOLI
coreografia Giovanni Consoli
musiche Francesca Cordone, Ludovico Di Meco
con Aichatou Cherif, Giovanni Consoli, Lorenzo Leopoldo Egida, Ilaria Felter
produzione Compagnia Arearea
con il sostegno di Fondazione Culturale Giuditta Pasta

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IL MIRACOLO DI SAN SEBASTIANO

SAN SEBASTIANO è uno spettacolo teatrale che prende una figura antica, quella del santo martire trafitto dalle frecce, e la riporta vicino a noi, al presente, alla nostra vita quotidiana.

San Sebastiano è un’immagine che molti conoscono: un corpo giovane, esposto, ferito, attraversato dallo sguardo degli altri. Nel tempo è diventato un’icona che supera la storia religiosa e si apre a molte interpretazioni, anche contemporanee, legate al corpo, all’identità e al modo in cui veniamo visti e riconosciuti.

Da questa immagine semplice e potentissima nasce lo spettacolo: due attori in scena raccontano una storia che viene da lontano, ma che parla di oggi.

Al centro c’è il tema dell’identità. Chi siamo quando il mondo ci guarda? E cosa succede quando sentiamo di non poter essere pienamente noi stessi? San Sebastiano diventa così una figura che ci accompagna dentro queste domande, senza dare risposte facili.

Il suo corpo, trafitto dalle frecce, diventa simbolo di qualcosa che riguarda tutti: la fragilità, l’esposizione, il bisogno di essere visti e accettati. Non solo come immagine religiosa, ma come metafora della condizione umana.

Lo spettacolo si ispira alla sua storia e alle sue rappresentazioni, ma le attraversa per parlare del presente. In particolare, guarda al rapporto tra identità e sguardo degli altri, tra ciò che siamo e ciò che gli altri credono di vedere.

C’è anche una riflessione sul tema dell’accettazione di sé, sulle paure che spesso si interiorizzano e che rendono difficile sentirsi liberi. In questo senso, la figura di San Sebastiano diventa vicina, quasi quotidiana: non un simbolo lontano, ma qualcuno che ci somiglia.

In scena, la narrazione procede per immagini e frammenti, come un percorso fatto di tappe. Ogni scena è un passaggio, un momento di osservazione, una domanda che si apre.

Lo spettacolo si chiede infine una cosa semplice e difficile allo stesso tempo: quando diventiamo davvero noi stessi? E questo passaggio è un dolore o una liberazione?

SAN SEBASTIANO è un piccolo viaggio teatrale che unisce passato e presente, sacro e quotidiano, per raccontare qualcosa di molto semplice: il bisogno di essere visti e riconosciuti per ciò che siamo.

SPETTACOLO
Venerdì 29 gennaio 2027 | ore 20.45
Rassegna Contemporanea

CREDITI
regia ALDO CASSANO
con Giuseppe Affinito e Matthieu Pastore
sound design Antonio Spitaleri
aiuto regia Natascia Curci
scene Aldo Cassano e Lucia Lapolla
costumi Lucia Lapolla
luci Giuseppe Sordi
ufficio stampa Antonietta Magli
produzione ANIMANERA E.T.S.

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