da Hannah Arendt
di e con Paola Bigatto

Giovedì 31 gennaio è andato in scena lo spettacolo “La banalità del male” tratto dall’omonimo testo della filosofa Hannah Arendt.

Lo spettacolo è stato inserito nel progetto Teatro Educazione in occasione delle iniziative proposte per la Giornata della Memoria ed in sala erano presenti 600 allievi di vari istituti Superiori: Liceo G.B. Grassi, Liceo S.M. Legnani, Itc G. Zappa, Itis G. RIva, I.C. Karol Wojtyla.

Ha introdotto lo spettacolo e condotto il dibattito al termine dello stesso il giurista e storico Andrea Bienati.

Siamo in aula con Hannah Arendt! La ascoltiamo mentre cammina avanti e indietro nel suo caratteristico tailleur e ci parla con la sua medesima lucidità, esattezza, talvolta velata di ironia.

Non mira a sedurci il cuore e la pancia:  intende colpire la nostra ragione, sollecitare il nostro pensiero e le nostre idee; proprio quelle che mancarono ad Eichmann. Poi le parole dalla ragione si irradiano dentro gli spettatori, non c’è dubbio, se ci si lascia compromettere.

L’attrice dà voce alla magistrale opera della Arendt.

Adolf Eichmann, addetto all’organizzazione del trasporto ferroviario che condusse al macello milioni di ebrei e per questo accusato presso il tribunale di Gerusalemme, è in realtà un uomo terribilmente normale. Egli non incarna nessuno dei demoni shakespeariani, anzi si autodefinisce come “Ponzio Pilato”, colui che lavandosene le mani ha commesso il peggiore dei crimini.

È proprio nello scarto tra crimine e reato che si insinua il male del burocrate tedesco: affermando di avere solamente ubbidito allo Stato, lui sta uccidendo il prezioso pregio dell’uomo, che è il suo pensiero critico, ossia la possibilità di proclamare in ogni momento “No, io non ci sto”. Il colossale ed efficientissimo sistema nazista opera da cassa di risonanza di un male individuale, di cui tuttavia è responsabile, nell’amplificata gravità, ogni suo singolo ingranaggio. L’accento è posto in modo tale da rammentarci che siamo anche noi coinvolti in questa massa silenziosa, obbediente alla legge dell’indifferenza, che non incarna altro che la banalità di questo male.

È il sergente nazista Anton Schmid a concludere la recita, giustiziato per aver instaurato una collaborazione con i partigiani ebrei; eppure egli non era più intelligente di Eichmann, semplicemente ha pensato. Ci sentiamo quindi chiamati a prendere posizione contro le ingiustizie del mondo e del quotidiano che ancora rendono il Giorno della Memoria da poco trascorso, ahimè, attualissimo.

“L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa.È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza” Liliana Segre

Arianna Greco, diciannove anni, studentessa di Lettere moderne

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