Davide Enia evoca, con la sola potenza della parola accompagnata dalla musica e dai gesti, il dramma attualissimo che attraversa il Mediterraneo.

La scena è sobria: due sedie, due bottiglie d’acqua, varie chitarre, luci.

Piano piano, le parole prendono corpo e il corpo le accompagna: sono modulate dalla voce, palermitana in dizione, ma che pur sfocia nel dialetto dei pescatori o dei familiari e ci portano nel mare, a Lampedusa.

L’attore è personaggio, ha visto, toccato, provato ciò che ci racconta, di cui ha urgenza di farci partecipi.

Si mette a nudo davanti al pubblico: ed ecco che ne conosciamo la decisione di andare incontro a quella realtà troppo a lungo evitata, ma anche il rapporto con il padre e con lo zio.

Cambia veste: è il sommozzatore che deve scegliere a chi salvare la vita tra i troppi corpi che galleggiano, è i pescatori che pescano morti, è Vincenzo che nella sua vera umanità si riempie il naso di menta per dare a corpi putrefatti una degna sepoltura, è se stesso che fa i conti con la crudezza inaspettata di ciò che vive.

Cruda è la sorte dei profughi, donne e uomini: prima scrivo le donne perché “peggio degli animali” vengono trattate.

Non censura i dettagli più violenti -talvolta con una meticolosità medica- le torture, gli stupri, le morti, la loro sofferenza così com’è.

Sbarchi, incontri, storie che lo hanno fatto piangere, lungamente; indicibile è stato il turbamento che hanno suscitato in lui, da cui tuttavia scaturiscono ora parole nette, pulite, meditate.

Alle immagini più crude se ne accostano di commoventi: un padre e un figlio messi in salvo dalle onde si riabbracciano, insieme con il loro salvatore; lo ziu Beppe è in fin di vita e parla con il suo Daviduzzo.

Dalle une e dalle altre gli spettatori vengono toccati.

Perchè?

Si riconosce l’amore umano che non fa differenze tra il legame fra quel padre e quel figlio e l’affetto fra Davide e i suoi cari; la violenza e lo stupro feriscono me e te perché siamo uomo e donna, e sebbene non siamo lì a condividere una così mostruosa sofferenza, ci viene data la possibilità di unirci nella così umana solidarietà.

Sono da aggiungere i complimenti al musicista, che, pizzicando le numerose corde, ha contribuito ad emozionare.

Arianna Greco, diciannove anni, studentessa di Lettere moderne

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