Ma che cosa si può ancora dire su Ulisse?

Romanzi e repliche e riscritture… Una storia ormai logora, da cui sembra impossibile trarre qualcosa che ancora possa catturare la nostra attenzione.
Questo spettacolo ci riesce, difficile spiegarne il motivo. È una fusione di antico e contemporaneo,
di attori e coro, dove non sussistono gli schemi che ho io nella testa, che collocano Ulisse là,
nell’Odissea, nell’Inferno, nel passato epico che mica viene a parlare con me. Il pastore-Hermes che
sprona Ulisse a raccontare la sua storia vuole ascoltare “storie di uomini”, come noi del resto.

Di UOMINI. Ed è questa la magia: Ulisse è uomo, non leggenda, che parla di sofferenza, di dubbi, di
errori, di amore. La crudeltà della guerra, la vendetta cieca sui giovani proci (“avrò sbagliato?”),
l’amore nei confronti di Penelope e di un figlio, la cui devozione non è poi così scontata.

È un uomo che volge lo sguardo verso l’alto. Chi sono quegli dei che dispongono dei mortali solo per dar un poco di sfogo alla loro noia? Perché alla fine Ulisse non accetta l’immortalità che gli offrono?

Il racconto si accompagna con la musica, la musica con le parole, come ai tempi degli aedi: la storia
dell’uomo Ulisse non perde la voce, ma rimane pulsante nel dramma di oggi, come suggerisce
un’ultima allusione.

ARIANNA GRECO
TGP Young Editorial Board
studendessa in Lettere Moderne

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